Prefazione
a cura di Alberto Motta |
Ciao tutti.
Presenzio oggi in questa mia sezione di sito internet in qualità di prefattore e revisore.
Da anni scambio racconti e romanzi con diversi scrittori; nella maggior parte dei casi sono essi
tanto bravi quanto sconosciuti, è normale, succede sempre così con l'arte. In realtà nel caso della
scrittura il problema è proprio connaturato alla figura di artista della parola: uno mica c'ha del cazzo
di tempo da sprecare a spedire i racconti per diventare famoso. Per scrivere devi avere tempo per
scrivere, e tempo per vivere le cose che poi devi scrivere.
Dal che, se uno passa la vita a leccare il culo agli editori non gli resta che scrivere di come si
lecchi il culo agli editori.
Insomma oggi anziché presentare un mio nuovo racconto vi porgo ‘Sulle padrone di casa
e altri demoni', opera di Emiliano Baragiola, amico, fonico di studio, persona difficile.
So che molti di voi ameranno questo racconto. Per tutti gli altri: o siete gente che legge
Banana Yoshimoto, e allora andatevene da qui, oppure la mia revisione ha affossato la
qualità lirica dell'opera. Ora vi lascio al racconto.
Valgono le regole che sapete: da stampare e leggere su carta, scrivete ciò che pensate dell'opera
a luposcigad@interfree.it e fatevi sotto se avete soldi per finanziare gente che sa scrivere
davvero.Lui è Emiliano Baragiola, dategli il benvenuto!
Alberto Motta
SULLE PADRONE DI CASA E ALTRI DEMONI
di Emiliano Baragiola |
In una vita passata ero sicuramente bigamo.
Ho un innata cattiva abitudine con le donne. Le corteggio, ci esco, magari ci stanno, ma non
riesco ad andare oltre il terzo week-end. Non credo di averne ancora trovata una che io possa,
alla lunga, sopportare. Oppure il problema e proprio la parola sopportare. E il peggio penso
che sia il fatto che, se anche dovessi trovare quella giusta, la situazione non cambierebbe.
Ne guardo sempre un'altra. Perché credo che comunque ce ne sia sempre un altra da
guardare. Più volte ho avuto la sensazione del rincoglinnamoramento, e preso anch'io le mie
cottarelle e ustioni di vario grado ma poi boh. Manco di continuità. O manco a farlo apposta
mancano loro. Non é colpa mia, é una malattia. Mi sento tendenzialmente infedele ma questo
non significa che io non sappia amare, come sostengono alcuni. Io ho distinto le cose: sono
per le relazioni frivole che si vivono in modo assolutamente consapevole per quello che sono.
Mi pento di aver fatto credere a Claudia che il padre della sua futura sorellina probabilmente
ero io, solo per uscire definitivamente da casa sua. Senza bisogno di impegnarsi troppo.
Insomma mi coltivo una serie di rapporti del cazzo che servono per l'appunto, strettamente a
quello; senza intaccare le relazioni ideali. Come Woody Allen lo spiega; anche a me il dottore
ha detto che non c'è soluzione. Ha riscontrato un iper-produzione di testosterone, una
deformazione rarissima, la cartella clinica non mente. Io invece, a dire la verità, mento.
Anche se nella forma la frase é un po' incoerente.
Eccomi finalmente a San Diego, città in cui Dave Starsky e Ken Hutchinson, meglio noti come
Starsky e Hutch, avevano creato un mito del telefilm a puntate americano degli anni settanta.
Intrattenendo i telebambinidipendenti di tutta Italia negli innumerevoli pomeriggi da
fancazzista, guarda caso, senza compiti a casa. Un vero e proprio colosso del poliziesco a
zampa d'elefante, se non fosse che oggi, a San Diego, nessuno sappia chi diavolo siano
Starsky e Hutch. San Diego, a un passo dal Messico. Sul confine tra l'ex - antiproibizionismo
controllato e il crollo totale del senso delle autorità. Dalla California idealmente ci si aspetta
sole, donne e Red Hot Chili Peppers; con un occhio però sempre vigile sulla faglia di S. Andrea.
Quando, dopo vari giorni di semi - clausura nell'assai poco movimentato stato dello Utah,
arrivai in quel luogo di depravazione, ero come un depravato vero si sarebbe sentito nello
Utah. Circondato da prede stuzzicose da inseguire, da cappuccette rosse nel bosco, vestitini
rosa da sporcare, da giochetti con cui giocare, giochetti da spaccare. La voglia é una, e non é
certo fare surf. Una sera mi imbattei finalmente nella tanto ricercata razza umana compatibile;
vagabondai a un concerto latino americano; ballai come se mi piacesse. Conobbi José; un
ragazzo volgare, mezzo portoricano e mezzo newyorkese. Ubriaco di una bottiglia di tequila
che bevemmo dal bagagliaio della sua auto. Disse: Italian boy come on! C'era una festa a cui
andava con degli amici. Qui vicino! Come on (continuava a ripeterlo)! Come on!
Alcool quanto ne vuoi ed é il posto giusto per - fece un gesto come per afferrare qualcosa
muovendo i fianchi e le braccia - considerando che in California non c é la neve, quindi non
poteva essere lo sci di fondo… dovrebbe essere...
- Fucking! Yeaah!! Come on!!!
Ci siamo capiti. Dunque, la tequila é quasi vuota, io non sono ubriaco quindi lui lo é per forza.
La macchina é tua, guidi tu sono d'accordo.
- Va bene vengo, però la tequila dalla a me. Ma perché continui a ripetere come on?-
- Whats? - dice lui. E subito - come on!
Come non detto. Andiamo.
Andiamo.
Andiamo.
Andiamo.
- José, dove hai detto che é la festa? Qui vicino? - Yeah, non lo so…aspetta.
Nuovo giro di telefonate. Arrivati. José: l'angelo della provvidenza.
Questa sì che era una festa cazzo! Era ora. Superparty a tutti gli effetti, alcool da annegarci,
droguccie varie e musica alta dopo le 23. Mancavano solo i Red Hot Chili Peppers.
- Chi sa cucinare messicano ché un ragazzo che viene dall'Italia ha fame!
- José lascia stare. Hai già fatto del tuo meglio. E non solo. L'inaspettata sorpresa fu il fatto
che la proprietaria, tale Paula Frog, era di una strana religione, non so esattamente quale.
Fatto sta che non poteva bere, fumare, assumere caffeine - cosa che per il momento però
forse era sospesa, per lei e i suoi ospiti. Questa religione prevedeva una missione di
volontariato mi sembra, o comunque un viaggio di qualche anno e, indovinate dov'era stata lei
in missione? Non in Iraq, ma bensì nella bellissima cittadina di Verona! E cosa vuol dire tre anni
a Verona? Italiano a menadito! Parlato e scritto quasi meglio di me e tanti tanti argomenti in
comune. Mi spiegò com'era fatto il balcone di Romeo e Giulietta e che ci andava spesso.
Io, da buon Italiano non c'ero mai stato. Poi disse che era stata a Napoli, altra tappa che a me
mancava. Ma lì mentii e, vergognandomi un poco, dissi - certo, la costiera amalfitana,
bellissima! - Disse inoltre che in Italia ci voleva tornare al più presto. Io la amo con quel tono di
chi ha poca padronanza del verbo amare. – meravigliosa - ripeté, come io peraltro potevo
stra-abusare di wonderful. Il suo modo di fare però la manteneva a distanza, non fredda o
altezzosa, ma distaccata, dal calore amichevole. Un'ormai donna benestante, con uno charme
aristocratico e decisamente non stupida. Il fatto ora è questo: sono a casa sua e ci diciamo
cose che, se anche non propriamente interessanti, sono valorizzate dal fatto che siamo gli
unici a comprenderle, riempiendole di fascino perché come un nostro segreto.
Segreto, ambiguità, sommati al crescente sospetto che lei, che dovendo badare agli ospiti
spesso si allontana dicendo – scusami - , torni poi spesso e volentieri a scambiare quattro
chiacchiere con il suo ricordo italiano: io. Io che, come si deve fare per catturare la marmotta,
ogni due o tre attacchi faccio una pausa tattica, fingo disinteresse e mi allontano; per non
sembrare di strisciarle letteralmente ai piedi. Lei, abile marmotta che sa farsi prendere ma solo
a tempo debito, come sopra. Bene, i sintomi ci sono tutti.
Diagnosi: Sindrome della padrona di casa meglio nota come patologia della marmotta.
Nel mio caso riscontrabile se:
- c'è una festa
- io ci sono
- la gente non sa chi sei, ed è rilassata ma non troppo
- la casa è bella
- c'è la piscina
- c'è la piscina e siamo nei mesi caldi
- c'è la piscina siamo nei mesi caldi e non - ma proprio oggi cazzo doveva arrivare la
perturbazione dall'Alaska -
- non siamo in Alaska o nello Utah
- la musica è buona o almeno la sostanze psicoattive assunte la fanno sembrare tale
- le sostanze psicoattive assunte non sono state assunte in quantità industriale facendo
somigliare la padrona di casa a mia zia Assunta, detta Nunzia, assunta e tutt'ora dipendente
delle piscine comunali del mio paese.
- se il reddito annuo del padre - padrone di casa, non per forza d'indole possessiva e/o
aggressiva si aggira pressapoco attorno a quanto potrei guadagnare io in una vita,
lavorando alle piscine comunali.
- se lo stesso padre - padrone, per sfiga proprio d'indole possessiva e/o aggressiva, non si
aggira per la casa.
Insomma se tutto questo persiste in maniera più o meno conciliabile con quanto suddetto:
Io non posso fare a meno di provarci con la padrona di casa.
Altrimenti consultare il medico.
- scusa hai qualcosa per il mal di testa? dissi ruffiano
- ti senti male? vuoi andare di sopra a stenderti un attimo?
Benissimo mi sentivo. Magari avessi avuto il vero mal di testa; a quest'ora sarei stato un
agnellino.
- sì grazie, ma giusto una mezz'oretta.
- vai pure, cercati una stanza.
Lei, spero per gli ospiti, non sembra intenzionata a seguirmi.
Va bé, bottiglia di tequila alla mano, ascendo nella zona notte.
Non per altro, ma l'obiettivo finale é occupare la camera da letto principale, come lo scopo del
gioco è conquistare la principessa nel castello. E riuscire a tastarne le rispettive comodità.
Rotolarsi o addirittura giocare alla lotta coi cuscini, scintilla che genera quasi sempre le migliori
maialate, nel letto principale ornato da pizzi più stemma di famiglia; magari addormentarsi
sognando di essere all'inferno, nel girone dei lussuriosi benestanti, con l'aria condizionata e
il frigobar.
Essere lì tutta la notte tra le lenzuola reali. Realtà che al mattino ti riserverà la sorpresa di
notare che nel cesso reale ti aspetta una rigenerante jakuzi biposto. Che la sera prima manco
l'avevi vista. Stessa legge a doppio taglio che però qualche volta manco l'avevi vista bene la
padrona di casa, ma non si può pretendere tutto, pensione completa. Prima colazione,
vestaglia, pantofole calde ai piedi, e iniziali ricamate in tempo reale.
Mi devo sbrigare però, perché la festa non è ancora finita, ormai è mattino e io sto già facendo
colazione. Mi alzo e scendo. E' il momento di agire. Di solito, cinque, cinque e mezza le migliori
feste sbaraccano. Qualcuno va a casa, qualcuno preferisce non ricordare dove abita, qualcuno
si é impossessato delle camere degli ospiti, qualcuno ha perso i sensi in giardino. Qualcuno le
chiavi della macchina e si è impossessato delle camere degli ospiti.
- Qualcuno ha visto per caso dov'è andato José?
No. Perché quell'ora le feste, si sa, eccedono solo nella categoria del rifiuto: alimentare,
cartaceo, riciclabile; quelli di genere umano, più o meno appellabili come presenti, non sanno
nemmeno chi sia José. E comunque meglio. Il fratello della ragazza ci aveva salutato dopo
l'ultima tequila sale e limone, lasciandola in qualità di unica erede al trono. Egli giaceva ora,
inerme, nel suo bagno di vomito e nausea privata. O nausea da vomito e bagno privato.
Unica erede responsabile, che a quell'ora si assicura che tutto sia andato per il meglio, lei:
Paula. Si aggira per la casa e finge di riordinare la cucina.
Io, attento, attendo che sia sola e la seguo.
- lo sai che e impossibile fare ordine a quest'ora!-.
- sì, ma é solo per non far svenire la donna di servizio.-
- stai meglio? -
- purtroppo sì; il tuo letto é grande come camera mia.
Ride moderatamente. Ancora impenetrabile nonostante la stanchezza.
È assonnata e spettinata, un po' più ubriaca, incredibilmente sensuale ma non completamente
disinibita. Rinnovammo quanto troncato precedentemente a proposito dell'Italia, della sua
vacanza. Lei mi raccontò del suo ragazzo ex ragazzo, un certo Emiliano, veneto di Venezia, che
con l'Emilia centrava solo per il fatto di commerciare piadine romagnole per conto della sua
famiglia.
- era un inguaribile romantico pensava di avermi fatto innamorare nella città più bella del
mondo ma non gli ho mai detto che preferivo mille volte altre città piuttosto che quella,
sporca e piena di topi... ...abbiamo dovuto lasciare che le cose finissero – continua - lui non
può pensare di lasciare l'Italia e io ho la mia famiglia e la mia vita qui.-
Disse, attraverso una metafora, che non poteva permettersi di mettere piede in stanze dove
sapeva di non poter stare. Ci parlavamo come se fossimo già stati fidanzati. Nel senso buono.
Con calma e tante cose sottintese, facili da immaginare. Ci fu un attimo di pausa, emozionante.
Pensai di dire qualcosa di romantico ma quanto pareva non era il suo genere. Optai
probabilmente per quella che sarebbe stata la frase più sexy della mia vita, viste le
conseguenze. Istintivamente e ingenuamente dissi: - ti piacciono le banane? - afferrandone
una rimasta sul tavolo.
Ebbi il pensiero fulminante di non conoscere a fondo il senso dell'umorismo della donna
americana. Poi, subito dopo, e probabilmente su consiglio della signora tequila mi dissi: ma sì,
al massimo la tua figura l'hai fatta, puoi anche salutare e andare a dormire in giardino. Si
avvicinò senza dire niente, prese la banana e me la sbuccio completamente davanti agli
occhi come neanche Maurizia Paradiso sapeva fare. Lasciò cadere la buccia guardandomi
maliziosamente, come unico sguardo concepibile e abbinabile ai suoi gesti. Era il fulcro della
storia pensai: o ci sta, o fa parte di una setta violenta di femministe lesbiche
dedite all'evirazione. Disse - si, ma quelle più grosse - accettando il gioco.
Poi si avvicinò al mio orecchio e con lo stesso sussurro con cui si dice, ti devo dire una cosa,
disse: vuoi scopare?
In un italiano che forse non aveva il pieno controllo della pronuncia ma indubbiamente ne
aveva del significato. Perfetto: era l'unica cosa che avrebbe dovuto dire, per confermare
quanto detto all'inizio,ma non così! Così è troppo precipitoso! Aveva saltato tutte le altre! In
certe cose un po' di romanticismo non fa mai male! Io m'imbarazzai per l'aggressività,
considerando che fino a qualche secondo prima, per salvarmi in extremis, avevo pensato di
improvvisare un discorso sulla frutta e verdura e sull'importazione delle banane dal Messico.
Fu con mia sorpresa, e prima che potessi dire altro, che lei dimostrò di aver preso la mia frase
proprio come un abbattimento delle barriere. Immediato. Non aspettò un secondo di più per
raggiungere il contatto fisico e soprattutto, precedendomi di un attimo sul fatto che, per così
dire, le banane, in natura e in tutto il mondo, devono raggiungere la dimensione adatta
all'utilizzo. Arrivammo al sodo che sodo era diventato. Scivolammo sul pavimento direttamente
lì, in cucina, ma non sulla buccia di banana, che accuratamente avevo scansato col piede.
In seguito, quanto detto e immaginato sopra successe e si ripeté in parte.
Il giorno dopo, il mal di testa, quello vero.
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