IL PARADISO RITROVATO
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(da stampare e leggere su carta)    
     
Il mio miglior amico quando ero bambino era una talpa morta. La trovai nel cortile di casa,
era abbastanza soda e longilinea, il pelo andava tutto in una direzione e la portavo in giro
per la coda. Era piccola ma pesava un casino. Non aveva segni strani lungo il manto e non
puzzava, pertanto non era per niente morta, era semplicemente in una fase di stasi. Naturale. Non era viva, non era morta. Era semplicemente una fase dell’essenza di una talpa.
Niente di meglio al mondo, non He-man, nor Skeletor, no Lego, no Transformers. No
macchinine. No cartoni animati. No il Playboy che scovavo in cucina la domenica mattina.
Presto avrebbe ripreso il cammino nel sottosuolo come da sua natura, ma forse no.
Chissenefrega. Non può una talpa semplicemente essere senza fare la talpa?
Nel frattempo la portavo in giro per la coda, era l’animale più selvatico e grosso che avessi
mai avuto. A parte un paio di cani tenuti in garage per una settimana, la polverina di
Topolino che sarebbe dovuta diventare un mostro acquatico che ci avrebbe sterminati nel
cuore della notte e delle spugne grandi quanto un chicco di riso che, se bagnate, diventavano dei vermi finti. Con la talpa, come con il resto dell’elenco, non ci facevo granché.
La mettevo in un vaso piccolo di terracotta che si trovava sempre in cortile vicino al
rosmarino, mi perdevo in altre cazzate e poi magari tornavo a prenderla. Era lì.
Poi dopo un paio di giorni feci la cazzata di far vedere il nuovo membro della famiglia a mia
madre, vecchio membro della famiglia. Non approvò l’allargamento del nucleo e mi ordinò
inorridita di buttare via la talpa. Chiesi perché, ma ricordo che non ci misi neanche troppa
convinzione. Quando uno ti obietta l’amicizia con una talpa morta fai fatica a trovare
argomenti per sostenere la tua posizione. Scesi di nuovo le scale in marmo freddo.
Tornai verso il rosmarino e riposi la talpa nella sua casa. Il vaso in terracotta vuoto con il
piccolo buco sul fondo. Restai a buttare la mia vita in cortile per il resto del pomeriggio,
poi mi ricordai di lei. Era una talpa morta. Anzi, era una talpa ed era mia amica e mi faceva
compagnia. Era stata mia madre con quel suo aggettivo ‘morta’ ad averla realmente uccisa.
La mia talpa era morta. La presi per la coda come avevo fatto per tante volte, la sollevai con
tutto il suo peso sodo dal vaso, allungai le braccine oltre la ringhiera del cortile e la posai nell’erba alta appena fuori dal muretto di cemento grigio graffiante.
Tornai a buttare via la mia vita. Mi manca la mia talpa. Mi faceva compagnia.
E poi mi ricordo che ci fu l’estate dell’oratorio. L’unica estate dell’oratorio della mia vita.
Quando la scuola era finita. Mia madre lavorava, mio padre lavorava, io e mio fratello
eravamo sempre soli. Mia madre ci portò all’oratorio un giorno. Ci disse di divertirci con gli
altri bambini. Io li guardavo. Erano tantissimi ed emanavano la cattiveria e voglia di morte
tipica dei piccoli esseri umani prima che la società gli insegnasse ad occultare tali istinti.
Si giocava a calcio per osmosi. Si beveva tanta acqua, che era buona. Si giocava a tirare le
pallonate ai ragazzi negli angoli. Si tirava più forte possibile in porta per far spostare il
portiere investito dalla palla. Io e mio fratello non ci parlavamo mai. Ma dopo 10 minuti lì
all’aria aperta, senza che nessun ragazzo venisse a fare conoscenza ci dirigevamo zitti zitti
verso il cancelletto di ferro verde dell’oratorio. Era aperto. Questo non me l’aspettavo.
Potevamo uscire. E ce ne tornavamo a casa zitti. Aprivamo le porte con le nostre manine
e i chiavoni. Ci sedevamo sul tappeto e accendevamo la tivù. E giocavamo con i Lego,
che mi piacevano. Al buio. Al terzo giorno non facemmo nemmeno più il tentativo di andare
all’oratorio. Scoprimmo con sorpresa che nessuno nei giorni seguenti avrebbe mai chiamato
per avvisare i nostri genitori della nostra assenza. Eravamo proprio tristi. Cazzo eravamo di
una tristezza del porco ***. Mia madre a fine stagione oratoriale ci disse in stanco ma
affettuoso tono di rimprovero:
- ma perché non siete andati mai all’oratorio, c’erano anche gli altri bambini.
E poi gli abbiamo anche dato i soldi alla chiesa per l’oratorio estivo, sapete.
Io so solo 3 cose: che mia madre era così dolce e buona che non penso abbia mai neanche
avuto il coraggio di dire al prete di ridarle i soldi perché noi in quel sfottuto cristo di oratorio
non ci avevamo mai messo piede. Che tutti quei cazzo di bambini sono oggi coglioni da
aperitivo, ricchi pieni di bamba, stronzi sposati con mignotte frigide e padri sevizianti dei figli,
bambocci viziati dalla mamma che forse gli fa ancora le seghe, ignoranti lampadati e frustrati,
persone mortalmente noiose e sposate. Persone inutili ecco. Che se la chiesa avesse ridato
quei cazzo di soldi a mia madre allora ci sarebbe ancora una possibilità che il mondo vada verso la giusta direzione. Ma non ho a chi chiederlo. Il parroco è morto, idem mia madre
e mio fratello. La mia infanzia mi faceva schifo allora e altrettanto mi fa ora.
Soltanto scopare e la musica possono lenire tanta tristezza. Io non ho un cazzo da star
bene. Non mi sento una persona felice e la vita fa schifo. Vaffanculo.
PORCO DIO!

ALBERTO MOTTA
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